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L'editoriale: IL MEDICO E LA MEDICINA SENZA ANIMA Stampa E-mail
Sabato 28 Maggio 2016 18:10

Prof. Luca Bandettini

Alcuni anni fa, al Congresso Nazionale ISSE ,tenutosi a Palermo, al Simposio sugli “ Aspetti etici ed economici dell’introduzione delle nuove tecnologie “ il relatore che analizzava i risultati dell’applicazione del DRG , così concludeva il suo intervento ,cito a memoria, : il DRG pur avendo tutte le potenzialità per essere un buon sistema per gestire e controllare le spese sanitarie ,tuttavia dopo alcuni anni di applicazione si è rivelato un sistema utopistico che ha prodotto “ una medicina senza anima “ e un aumento dei costi sanitari , riducendo solo apparentemente le spese .

Mi hanno particolarmente colpito queste tre parole “ medicina senza anima “, perché fotografano molto bene quello che personalmente insieme ad altri colleghi ho avvertito negli ultimi anni nell’espletamento della mia professione.

Ma può esistere una “ medicina senza anima “ ?, Si può espletare bene la nostra professione senza una anima ?

 

 

 

Io educato e abituato ad essere un medico ,forse un po’ romantico, rispettoso del “ giuramento di Ippocrate “ e a considerare ancora questa professione bene o male una “ missione “che esalta il valore della vita , dove il rapporto medico-paziente deve essere l’asse portante del nostro agire, dove inevitabilmente viene coinvolta la nostra sensibilità, essere diventato attore di una medicina “ senza anima “ mi crea un certo disagio. Assistere al primato dell’aspetto economico su quello etico, dove il malato è primariamente una percentuale, il mezzo per affermare se stessi o pubblicizzare una qualsiasi parte politica, è un palcoscenico dove la mia recita può apparire senza anima.

Ma al di là delle mie convinzioni personali,non è accettabile che la sanità pubblica sia principalmente un processo economico, pertanto amorale, e che si parli continuamente di “ gold standard “, e di soddisfacimento di beni materiali del paziente, dimenticando la nostra cara “ pietas “.

La “ medicina senza anima” ha dato un duro colpo al rapporto medico-paziente, e ha generato quel malessere che quotidianamente noi medici percepiamo .Malessere che ci conduce a stare sulla difensiva, e porta il paziente a diffidare di noi. Stare sulla difensiva significa cercare di cautelarsi contro qualsiasi evenienza, e conseguentemente sottoporre il paziente ad accertamenti clinici inutili, a chiedere continuamente di sottoscrivere numerose autorizzazioni, che però rendono il nostro agire sempre più formale e burocratico. Ecco ben fotografata la “ medicina senza anima “ ,l’ impossibilità di conoscere pienamente i nostri malati. Il funambolico “ turn over “ dei pazienti dovuto alla quasi ossessiva spinta a ricoveri sempre più brevi, ci impedisce di fatto di conoscerli di capirli, di dialogare e quindi di ottenere la loro piena fiducia, per cui non siamo più il “ signor Dottore “ di un tempo con la D maiuscola, ma solo degli impiegati tecnicamente qualificati, che devono garantire prestazioni certe con risultati sicuri.

Se ci pensiamo bene anche a causa di questa “ medicina senza anima “ il numero delle denunce , talvolta assurde aumenta, dalle quali continuamente dobbiamo difenderci e ne consegue che il paziente non è più un soggetto da curare, ma una persona che potenzialmente potrebbe esserci nemica.

La realtà è che oggi il medico non conosce il suo paziente e il paziente non conosce il suo medico.

La frenetica attività delle nostre corsie e dei nostri ambulatori è un ostacolo alla comprensione dei veri problemi dei pazienti, e noi potremmo anche con l’aiuto di giuristi, medici legali, avvocati e dei cosidetti esperti, che non mancano mai, stilare il miglior modello di consenso informato, ma il paziente non lo capirà mai in tutta la sua essenza perché nella situazione attuale non ha modo di conoscerci, perché si trova di fronte a una “ medicina senza anima”.

Oggi, e uso volutamente questa parola, estirpiamo i consensi informati : mi chiedo come può un paziente dare in maniera consapevole il consenso ad eseguire certe procedure nel breve tempo di una visita ambulatoriale.

Non conoscendo l’intimo , la personalità, e la scolarità del mio interlocutore potrei usare un linguaggio per lui in quel momento non conveniente, in quanto la sua difficoltà non deriva soltanto dal suo vissuto, ma soprattutto dal coinvolgimento emotivo di sapere di essere portatore di una determinata patologia e di doversi sottoporre a determinate procedure. Queste semplici considerazioni ci fanno capire l’importanza di quei 2 – 3 giorni di ricovero prima di un intervento, tempo in cui avviene la reciproca conoscenza fra medico e paziente e durante il quale egli può chiarire , libero dall’ immediato coinvolgimento emotivo, ogni suo dubbio. In questa maniera a mio avviso si ottiene un vero consenso informato, fatto più sulla fiducia che su un foglio senza anima ,firmato in fretta.

Occorre fare tutti un passo indietro per ritornare a quella cara “ medicina con l’anima “.

I medici devono essere meno protagonisti, e non mandare messaggi per cui ogni malattia può essere curata e guarita, generando un senso di immortalità.. Non dobbiamo mai dimenticare che con la vita ci è stata data anche la morte del corpo e che non ci saranno mai cellule staminali o altre scoperte scientifiche che possano cambiare questa realtà.

Dobbiamo far sì che i pazienti tornino a vedere il medico come colui che può risolvere da solo o in collaborazione i loro problemi contingenti, dobbiamo riconquistare la loro fiducia; essi sono i nostri migliori alleati verso gli avvocati e i giudici: ai primi auspichiamo un comportamento più etico sia verso gli assistiti, sia verso coloro contro cui sporgono le denunce, i secondi di non considerarsi i moralizzatori di una sanità che immaginano come un “ far west “ dove i medici sono pistoleros senza scrupoli e per i quali la vita vale meno di “ un dollaro bucato “.

In conclusione dobbiamo tornare a dare un’ “ anima alla medicina “: l’ impegno deve essere primariamente dei medici , ma non secondaria è la responsabilità degli amministratori che se per rincorrere utopie hanno generato un mostro hanno il dovere di abbatterlo.

Ricordiamoci di quello che dicevano i nostri antenati : “ errare è umano, perseverare è diabolico “

 

Prof. Luca Bandettini

 

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