Narrano le cronache ... Stampa
Martedì 28 Settembre 2010 15:26

di Adriano Tagliaferri
Dobbiamo alla splendida penna di Maria Bellonci e alla sua profonda conoscenza dei Gonzaga se ci è stato tramandato un ammonimento che il Filelfo, uno dei precettori del marchese Lodovico Gonzaga, nel 1458 circa  avrebbe rivolto al suo signore affinché facesse uscire “dalla schiera degli ignoranti” il primogenito Federico, secondo lui non abbastanza dedito agli studi.

Se Bandettini fosse stato cortigiano del Gonzaga e allievo del Filelfo, questi non avrebbe avuto il destro per pronunciare simili parole e quindi, non avremmo potuto citare l’aneddoto.
Si resta sbalorditi, leggendo il brano, di quanto l’intensità del racconto e lo spirito che lo conduce, si sublimi rapidamente in splendida poesia.
Si resta sbalorditi pensando che, un uomo di scienza, un medico, aduso per necessità di lavoro alla quotidiana frequentazione di quanto più materiale ci possa essere nella vita dell’uomo, la malattia e la morte,  possa così prepotentemente rivelare una sensibilità ed una umanità così profonda.
Ciò non ci stupisce conoscendo l’Autore. 
Il racconto, verosimilmente tratto da una personale e frequente osservazione della scultura pone numerosi, gravi e spesso insoluti interrogativi che sono insiti nell’animo dell’uomo.

“Puoi credere o no” dice Bandettini, ecco il nocciolo del problema; fede o ateismo?
L’ateismo non lo possiamo considerare un semplice fenomeno filosofico che ruota attorno al credere in Dio, bensì un fenomeno storico e sociale che coinvolge pesantemente la condizione dell’uomo nella sua esistenza e nel rapporto con Dio. 
Camus è emblematico in tal senso.
La vibrante quanto drammatica descrizione che il Nostro fa del crocefisso e delle sensazioni che questo evoca si stampa indelebilmente nella nostra mente e ricorda tragedie del nostro “vivere” così come quelle d’un passato indelebile.
La concretezza di quel corpo insieme alla Sua maestà, fa si che esso  diventi più alto della Sua condizione umana.
Concretezza e intensa sofferenza che emana anche dal Cristo del Mantegna o del Cimabue così come nelle opere di Autori moderni come Sirio Cavallini, a dimostrazione della universalità spazio-temporale dei comuni sentimenti.
Per dirla con Jacques Maritain, il mistero del male e della sofferenza sta dentro il cuore dell’uomo ”con tutte le sue spine, nel fondo più oscuro dell’immenso turbamento di cui soffre il mondo di oggi”
Fede o ateismo dunque? Potremmo dire anche con Agostino fede e ragione?
Se con Platone consideriamo la radice materialista dell’ateismo come teoria che spiega la realtà, allora il fondamento teorico del non credere lo troviamo nella separazione fra fede e ragione filosofica.
La Fede, così come è concepita nell’enciclica Fides et ratio, propone come terapia la giusta comprensione della Rivelazione, che ancora oggi è il punto di riferimento verso la verità di Dio per ogni tipo di filosofia che va al di là della ”eclissi di Dio” dell’uomo moderno e della contemporanea negazione filosofica di Dio.
Tuttavia non possiamo essere solidali con Sartre allorché vede Dio come silenzioso e anodino spettatore delle vicende umane, e da ciò viene condannato a non esistere.
Ecco perchè , caro Luca, hai la sensazione vedendo quella scultura, che sia stato crocifisso un uomo già morto.
Ben venga dunque la Speranza, negata da talune confessioni cristiane, che emana dalla morfologia della Tua croce, “fatta di due pali divergenti verso l’alto” a significare l’anelito ad avvicinarsi al Padre, a tornare a sperare nella bontà dell’uomo.
Continuiamo a sperare dunque e non dimentichiamoci Francesco Bacone che diceva : “L'ateismo è più sulle labbra che nel cuore dell'uomo”.

Grazie per questo splendido dono, caro Luca, ne aspettiamo altri per riflettere ancora con umiltà e per averci rinnovato la Speranza, quella speranza che ha fatto dire a Maritain che “ la fede è un pesce cieco che vive in acque molto profonde”.